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sbarre

SBARRE

Credo che a tutti, almeno una volta nella vita, sarà capitato di imbattersi in una finestra con le sbarre.
Quella piccola, scura gabbia sembra stringere, chiudere i nostri pensieri…Ma poi si trova la forza di guardare oltre ciò che ci appare così realmente da vicino e la nostra mente è catturata da qualcosa: la luce che è aldilà, il mondo che, seppure circoscritto, abbiamo la volontà di scorgere. Una volontà che non è mancata alla piccola capinera, ma le sue ali erano troppo appesantite dalle convenzioni e dalla rassegnazione per spiccare il volo.

La musica parte con i titoli di testa: il tema orchestrale drammatico e il rintoccare del timpano assumono il tono di una rassegnazione ma esatta e concorde, quasi all’unisono con il battito del cuore dello spettatore compartecipe.
La scena che si presenta ai nostri occhi è chiara seppure immersa nei suoi colori pastello.
Catania 1854. Il colera incombe.
Un Cristo esanime sulla croce, con le sue braccia divaricate che vorrebbero ricordare una certa salvezza, trasuda sangue come i cadaveri gettati nelle fosse comuni, cui un piccolo fiore dona quell’umana pietà che gli è stata negata.
Dio se n’è andato: è distante dall’uomo come il grande scoglio, inquadrato subito dopo, che il mare separa da uno più piccolo.
Le ragazze sono mandate via dal convento.
“Preghiamo la beata vergine…” Dice la Madre Superiora: un flebile Salve regina accompagna lo sguardo innocente di Maria e la volta affrescata con il Cristo Salvatore; la musica all’organo accompagna le novizie fuori del convento.
Maria riabbraccia suo padre e la carrozza parte all’unisono con la musica: inizialmente è nel modo maggiore ma poi sfuma al minore quando la scena che scorre davanti agli occhi della protagonista assume tutta la drammaticità di una città sconvolta dalla morte.
Un ragazzo è chinato sul cadavere del padre: “Papà, papà!” dice, come aveva fatto poco prima Maria, scendendo le scale della Chiesa. Ma questo padre non lo riabbraccerà mai più.

La carrozza giunge alla casa estiva in campagna. Si apre il Tema d’amore, per la prima volta. La luce entra in scena, dirompente: il sole illumina il paesaggio, irreale agli occhi della protagonista. Maria è accolta in casa e portata nella sua stanza dalla matrigna: ella rimane sempre zitta.
Sta per parlare ma in quell’esatto istante la donna se ne va.
Maria rimane sola e delusa ma la sua attenzione è catturata dalla luce aldilà della finestra…”Una finestra senza sbarre”.
L’Etna è lì, signore incontrastato.
Emblematica la figura del cane, una sorta di Argo che Maria non fatica a conquistare e che finirà per diventare il simbolo stesso della ragazza.
Il sottile ricordo della grecità classica continua quando Maria, slegato il cane, va in giro da sola e s’imbatte in un gruppo di giovani che stanno facendo il bagno nel fiume: la luce è abbagliante, bianca come la fresca acqua della cascata che lambisce le membra del giovane Nino.
Dalla grecità al Medioevo: la festa a casa Vezzini in cui i due giovani avranno modo di incontrarsi, ci ricorda una nota storia d’amore nella Verona del 1200, storia con cui peraltro lo stesso regista si cimenta. Altri riferimenti non mancano come, ad esempio, il balcone dove lui scorge lei durante la notte o dove lei attende lui, seppure inconsciamente.
Nino invita Maria a ballare: la ragazza, fino alle ultime battute del film, è incapace di decidere da sola ed è sempre incoraggiata da terzi.
Divertente notare come siano inversamente proporzionali le espressioni dei volti di Maria e della sorellastra Giuditta: quando Maria, tra le braccia di Nino è tesa, Giuditta ride divertita, quando Maria sorride a Nino, Giuditta li osserva preoccupata e ingelosita.
A Maria viene chiesto di cantare: la ragazza canta il Salve regina, accompagnata solo da qualche accordo fondamentale al pianoforte; Nino la osserva appoggiato ad una colonna al bordo della sala, la stessa colonna che lo vedrà nascostamente ascoltare una canzone cantata dal servo Giovanni e guardare il cane accucciato in un angolo e legato, quando Maria sarà tornata in convento e lui si sarà fidanzato con Giuditta.
La scena si chiude con uno stacco nero: Trouffault prediligeva il restringimento graduale dell’obiettivo, qui lo stacco è particolarmente netto.

La scena si riapre come un quadro di Monet: le ragazze sono nel giardino.
Interessante a questo proposito citare che una bell’edizione del libro di Verga rechi in copertina l’opera del 1855 di Giacomo Trécourt “Ritratto di giovinetta”.
La luce fa da padrona ancora una volta.
Nino irrompe sulla scena sparando con il suo fucile, simbolo della sua virilità.
Maria gli presenta la sua amica Marianna, alla quale, nel testo Verghiano, sono indirizzate le sue lettere che ci fanno ricostruire l’ordito della trama; Nino non staccherà lo sguardo da Maria e non bacerà le mani di Marianna come invece aveva fatto con la protagonista dopo il loro ballo alla festa: mani che Maria aveva tenuto poi vicino al suo viso mentre cantava, come peraltro narrato nello stesso romanzo.
La famiglia parte per un pic nic sull’Etna.
Mentre comincia la musica e parte la carrozza, viene inquadrato il vulcano fumante, quasi a presagire un certo ribollire della situazione: la montagna sembra un dio che tutto vede e conosce.
Guardando l’orizzonte il cui confine si perde, simbolica strada che i due devono ancora percorrere, Nino confessa a Maria il suo desiderio di viaggiare: le responsabilità che non rispecchiano le intime aspirazioni, accomunano entrambi i giovani.
Nino chiede a Maria di giurare che non rivelerà a nessuno quanto le ha detto..(I giuramenti tra innamorati, tanto cari a Shakespeare…)

Il pic nic; il servo Giovanni canta una canzone siciliana con la chitarra, una melodia dai toni malinconici, intrisi di quella rassegnazione volontaria e consapevole, tipica della cultura di quella terra, così ben esplicitata negli scritti del Verga: che Giovanni sia una trasfigurazione dell’autore, come una sorta di menestrello cantastorie? Anche la scelta del nome sembrerebbe indurci a pensarlo…
Nino e Maria si ritrovano soli ancora una volta: mentre si allontanano dagli altri la musica della chitarra sfuma nel tema d’amore.
Qui emerge un momento chiave del film: la complicità e la comprensione tra i due sono così forti che Maria può parlare, ed è la prima volta che lo fa, della sua povera madre morta.
Dice a Nino che, nella tragicità di questa scomparsa, lei ha trovato il conforto nella consapevolezza che lo spirito di chi amiamo non verrà mai meno, perché custodito per sempre nel cuore.
Questo discorso verrà rifatto da Maria a Nino quando lei, trovata la forza di uscire dal convento, lo ritroverà sposato con la sorellastra, incinta: gli dirà, con la nuova consapevolezza del suo destino, che lo spirito e il ricordo del loro amore non li abbandonerà mai.

Quella stessa sera del pic-nic assistiamo al primo atto da ragazza normale di Maria; ella si sta pettinando alla finestra: da qui scorge Nino che saluta con l’ingenuità di una bambina. Sopraggiunta la matrigna, Maria le mente: per lei è la prima volta e, sconvolta dal suo peccato, si getta ai piedi del letto e piange dietro le sbarre della spalliera..
Le stesse sbarre che la vedranno attanagliarsi di dolore e disperazione quando Nino le confesserà i suoi sentimenti.
Ritornano anche le scale e il balcone: la famiglia va alla festa della fine dell’estate e Maria viene lasciata a casa; la ragazza li guarda immobile alla sommità delle scale della casa. Anche la musica tace.
E’ come se scendere le scale fosse il simbolo di dare il via a qualcosa di nuovo.
Nino rientra prima dalla festa: è sul balcone, scende le scale e la raggiunge.
Evidentemente non è un caso che i due giovani si siedano proprio sulle scale per parlare; sono a distanza: il tutto ricorda l’immagine iniziale degli scogli.
Nino si dichiara. Maria è sconvolta.
Scoppia un temporale.
Maria si rifugia dietro le sbarre del letto; Nino grida il suo nome picchiando contro le tapparelle serrate della finestra della sua camera.
Su tutto sovrasta l’immagine dell’Etna.

E’ il momento della partenza: Maria deve rientrare in convento.
La ragazza si guarda intorno: tutto è nella stessa esatta posizione di quando era arrivata. Solo la luce, grigia e rassegnata, non è più la stessa, volta a compenetrare lo stato d’animo della protagonista.
Qui assistiamo al primo tentativo di ribellione della ragazza: Giovanni sta picchiando il cane e Maria reagisce con rabbia, afferra il bastone e colpisce Giovanni; nemmeno l’intervento del padre e il rimprovero di quest’ultimo le recano pentimento…Era come se stessero picchiando lei.

Maria ritorna al convento: il cane rimane solo in mezzo al cortile, legato ad un carro vuoto.
Stacco nero.

Ognuno torna alla vita di sempre: Maria dietro le grate del convento, Nino si laurea.
Ecco un altro momento chiave del film: Maria conosce suor Agata, una vecchia sorella, impazzita e segregata in una cella.
Maria è lì per aiutarla a lavarsi e reca in mano una brocca d’acqua: sembra la Madonna, così bianca e caritatevole.
Agata, contrariamente a come si comportava con le altre sorelle, instaura subito un contatto positivo con la giovane come se avesse immediatamente intuito che entrambe vivono la stessa tragedia: l’amore per un uomo.
Nel romanzo invece, Maria non incontrerà mai suor Agata ma ne percepirà la presenza in maniera allucinatoria e spaventevole sentendola gridare dalla sua cella.

Nino si sposa con Giuditta: Maria osserva dalle grate e impazzisce di dolore.
La stessa reazione che Agata aveva avuto sentendo il Reverendo che metteva in guardia le novizie dalle tentazioni della carne: qui si palesa l’intuizione della stessa esperienza delle due donne.
Mentre Maria non riesce più a controllarsi, la musica da Chiesa suonata all’organo si fonde con il tema d’amore e, mentre Maria sbatte contro le grate, essa incalza sino a raggiungere toni laceranti.

Maria torna nella sua cella e si fustiga; qui il regista utilizza le stesse parole del testo letterario: Maria infatti dice “Io amo il mio peccato!” (Trovo una certa assonanza con le parole di Giulietta: “Il mio unico amore scaturito dal mio unico odio”).
Dalla finestra con le grate si vede ancora una volta l’Etna.

Da questo momento in poi la differenza tra il testo letterario e il film diventa esplicita.
Per quanto riguarda la produzione cinematografica, Maria è decisa ad affrontare la situazione: emblematica la sequenza in cui la giovane sale le scale fino a raggiungere la torre più alta e qui, appoggiata ad un pilastro, osserva Nino sulla terrazza della sua nuova casa: ora non ci sono grate a rovinare la visuale.
Magistrale la sequenza successiva in cui Maria va da Agata nella sua cella.(L’interpretazione di Vanessa Redgrave lascia senza fiato…)
La donna è rincantucciata in un angolo e Maria si mette a terra come se, umiliandosi al suo livello, potesse instaurare un contatto con lei.
Dalle labbra di suor Agata escono le tre parole chiave del film: “Tanto, tanto Amore…
Tanta, tanta Luce….
Tanto, tanto Sole…”

I tre protagonisti delle indimenticabili giornate trascorse fuori del convento.
Il destino alla follia di Maria non si era manifestata solo nei comportamenti, dapprima ingenui, poi alterati e allucinati, ma è legato anche ai luoghi in cui ella si trova a vivere con gli altri e da sola.
Maria è abituata fin dall’infanzia all’esistenza chiusa e limitata del convento e, quando ne esce, si trova proiettata in un mondo per lei nuovo e dai movimenti opposti: la vita e l’ambiente familiare in confronto alle rigidezze della vita monacale, l’ampiezza della campagna, proprio come dimensione aperta, rispetto all’orizzonte definito del convento.
Queste aperture naturali provocano in lei uno sconcerto mentale che, seppure eccitante, alterano il suo equilibrio psicologico.

Maria decide di scappare…scende le scale, apre il cancello…
A segnare questo momento chiave un elemento a cui il regista era già ricorso: il temporale.
Sotto una pioggia battente, Maria raggiunge la casa di Nino.
Interessante notare come una delle novizie, non potendo fermarla, finisca in lacrime accoccolata sul ventre della Madre Superiore: la stessa posizione che vede Nino e Maria.
La verità emerge e Maria accetta il suo destino tornando in convento.

Il finale è assai diverso dal romanzo Verghiano (Maria infatti non incontrerà mai Nino e impazzirà d’amore dopo aver pronunciato i voti) e c’è da domandarsi perché il regista non abbia seguito lo scritto originale che peraltro si sarebbe prestato bene e forse sarebbe stato uno dei pochi casi…
Certo, il taglio epistolare , con cui Maria narra se stessa, cosa che garantisce al Verga la linearità della narrazione derivante da un punto di vista unico e unitario, nonché la soluzione più adatta per infondere alla narrazione il crisma di indiscutibile veridicità, non è molto caro al cinema che ha mostrato di non sposarne la realtà.
Ad esempio il film “Dieci piccoli indiani”, tratto dal romanzo di A.Cristie, non finisce con la narrazione della verità che il giudice Wargrave, suicida, riporta nella sua lettera, bensì il regista adotta un finale completamente diverso ( a mio avviso, migliore!…): indimenticabile l’ultimo ghigno del giudice che, scoperto da Vera, muore dicendo: “Mai fidarsi delle donne!”
Probabilmente in questo caso Zeffirelli non ha ritenuto necessario andare oltre la scena della cerimonia in cui Maria pronuncia i voti: la pazzia era già stata esplicitata e lo stesso gesto del drappo nero con cui la ragazza viene coperta, ci fa chiaramente intuire la sua morte.
In entrambe le versioni però, assistiamo, seppure in maniera diversa, alla rivalutazione dell’eroina: nel film Maria decide di ritornare volontariamente in convento e diventare suora dopo aver rivisto Nino, divenuta consapevole che ormai non c’è più posto per lei nella sua vita; nel romanzo invece Maria impazzisce di dolore e d’amore ma, in punto di morte, arriverà per lei la redenzione e la pace: la ragazza chiede alla sua fedele amica e consorella Filomena di poter guardare un ultima volta fuori dalla finestra. Così la donna scriveva alla matrigna: “La serenità di quello sguardo comunicava una fede tale che pareva che tutti i santi e gli angeli del Paradiso facessero corona attorno al suo letto. Le sue esequie furono commoventissime. Più di trenta messe furono celebrate a tutti gli altari e al De Profundis ardevano più di cento candele.”

Ma ritorniamo al film.
Maria pronuncia i voti : la musica che accompagna il rito è la stessa che, non a caso, descriveva la tragedia di Catania investita dal colera…Lo stesso incedere funebre, lo stesso rintocco solenne, devastante e rassegnato del timpano.
Maria viene coperta dal drappo nero: l’orchestra si ferma su una lacerante settima di dominante.
Nero.
Titoli di coda.

Mariangela Ungaro

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