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FITZCARRALDO: la storia di un sogno di pace costruito con la Musica

FITZCARRALDO:

la storia di un sogno di pace costruito con la Musica.

da CINEMA D’ASCOLTO, di Mariangela Ungaro

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Considerato tra i più importanti esponenti del cosiddetto Nuovo cinema tedesco, nonché uno dei massimi cineasti viventi, Werner Herzog, nel corso della sua lunga carriera ha prodotto, scritto e diretto più di 50 pellicole, oltre ad aver pubblicato libri e diretto opere liriche. I suoi film hanno uno stile tanto inconfondibile quanto inclassificabile.

Fitzcarraldo è un suo film del 1982 (scritto e diretto). Presentato in concorso al 35º Festival di Cannes, ha vinto il premio per la miglior regia.

Trovo emblematico che nel film il sognatore espliciti le sue intenzioni attraverso la comunicazione, che lui ritiene proritaria: verbale, musicale, astratta e pratica, con la ferrovia e la navigazione. L’umanità deve condividere, comunicare, gioire della bellezza, sia essa considerata come musica operistica o collegamento che porta a conoscere nuovi territori inesplorati. Sarà per la presenza della Cardinale, ma questo messaggio mi ricorda il vecchio Morton in “C’era una volta il west” il sognatore che voleva costruire la ferrovia che congiungesse i due oceani.

Le musiche del film sono probabilmente un godimento estremo per gli amanti dell’Opera lirica. Popol Vuh dovrebbe essere il compositore nonché supervisore delle musiche, perché in realtà troviamo Vincenzo Bellini (I Puritani), Giuseppe Verdi (Ernani e Rigoletto), Richard Strauss (Tod und Verklärung), Giacomo Puccini (La Bohème), Gaetano Donizetti (Lucia di Lammermoor), Giacomo Meyerbeer, Jules Massenet (Manon).

Comprendiamo subito l’interesse del regista per l’opera lirica quando ci rendiamo conto che i primi 11 minuti di girato altro non sono che le riprese dell’Ernani di Verdi in teatro con Caruso e Sarah Bernhardt che recita ma non canta (vi è una cantante lirica nella buca che canta al suo posto) mentre Fitz e la sua compagna (Claudia Cardinale) giungono in ritardo e pregano una maschera affinché li faccia entrare. E’ interessante vedere l’opera incastonata nel cinema, una finzione nella finzione. Di vero c’è solo la grande ambizione dell’uomo impersonato da Fitz che vive per il suo sogno e farà di tutto per realizzarlo (come per Herzog il suo film, che ebbe una genesi davvero rocambolesca).

Fatto salvo per due interventi di musica originale, davvero poco riusciti, né etnici né interessanti, abbiamo un altro momento di musica in, con un breve estratto da La Boheme di Puccini che si sente dal grammofono del protagonista, mentre un gruppo di bambini indios ascolta ed osserva nella più totale ed inconsapevole, pura ammirazione.

Non mancano altri momenti di musica in, come quella che si sente alla festa dei ricchi del posto. Proprio in quell’occasione, Fitz accende il grammofono da cui possiamo sentire le parole “Tu m’appartieni o nuovo mondo …” tratto da L’Africana di Meyerbeer: Fitz è alla festa proprio per parlare della sua idea (ossessione) di costruire il teatro dell’Opera nella terra degli Indios e trovare dei finanziatori. In realtà affida al testo dell’opera le sue parole e le sue speranze.

Ecco il testo integrale:

Mi batte il cor!
Spettacol divin
Sognata terra ecco ti premo al fin
O paradiso
Dal onda uscito
Fiorente suol
Splendido suol
In voi rapito io son
Tu m’appartieni
O nuovo mondo
Alla mia patria ti posso
Ti posso offrir
Nostro é questo terreno fecondo
Che l’Europa può tutta arricchir
Spettacolo divin
In te rapito
Io son
O nuovo mondo
Tu m’appartieni
A me, tu m’appartieni a me

Ad infrangere il sogno è “Lo spirito dell’ira” ovvero le rapide cosiddette della morte lungo il fiume, con il loro rumore fragoroso e dirompente.

Ascoltiamo altri deboli interventi musicali originali, di commento, quando Fitz compra il battello per solcare le acque e quando la ciurma vi lavora: la musica è sempre la stessa, dal vago sapore poco “Thai” e molto “anni ‘80”.

Si sente anche la musica di una banda scalcinata quando Fitz e la compagna inaugurano la nave chiamata Molly (come la donatrice) Aida (non ha bisogno di spiegazioni, dato l’amore per l’opera del protagonista). La banda accompagna l’uscita della nave che risale il fiume. Ma gli entusiasmi hanno breve durata, e la musica successiva, di Strass, l’inizio di “Morte e Trasfigurazione”, con i suoi toni mesti, scuri e cupi, sembra profetizzare quanto accadrà, mentre sono ripresi gli uomini della ciurma, le scene di vita sulla nave e il viaggio della stessa, che al tramonto solca soavemente il fiume in attesa dell’imbrunire.

Due parole sulla musica di Strauss: rappresenta la morte di un artista. Su richiesta di Strauss, questo fu descritto nel poema di amico del compositore, Alexander Ritter, come un’interpretazione della Morte e Trasfigurazione, dopo che fu composto. Mentre l’uomo giace morente, i pensieri della sua vita gli passano attraverso la testa: l’innocenza della sua infanzia, le lotte della sua virilità, il raggiungimento dei suoi obiettivi mondani; e alla fine, riceve la sospirata trasfigurazione “dall’infinita grandezza del cielo”.

Arrivati nella zona abitata dalle popolazioni indigene, l’equipaggio ha paura: le percussioni e i rumori di scena sonorizzano gli sguardi circospetti degli uomini della ciurma, mentre la nave solca le acque sospettosa. Dopo il fragore dell’esplosione di una prima carica per avvertimento da parte del macchinista, fermato dal capitano, rimane nell’aria solo il cinguettio degli uccelli… “C’è silenzio e silenzio”, asserisce il capitano, preoccupato. Le percussioni riprendono quando Fitz raccoglie dall’acqua l’ombrello dei missionari uccisi che gli indios inviano come monito dopo l’attacco. La risposta all’avvertimento degli indios è un’aria cantata da Caruso, messa apposta da Fitz sul suo grammofono, in segno di bellezza e di pace. La cosa funziona a tal punto che Fitz viene considerato il dio bianco del mito indios che porterà gli indigeni in una sorta di terra promessa.

Ecco la scena “madre” del film: “Bella figlia dell’amore” echeggia tra le sponde del fiume, il “messaggio” emesso dal grammofono si fa spazio e accompagna la navigazione tranquilla, come una preghiera di pace, di speranza e di infinita bellezza. Subito dopo gli indigeni salgono sulla nave e toccano Fitz, desiderano conoscerlo, non gli faranno alcun male, (suonano anche lo zufolo per lui durante la cena) sanno che l’uomo bianco li porterà nella terra promessa, come narrato nella loro leggenda. Risentiamo Caruso quando gli Indios aiutano Fitz e i tre restanti membri dell’equipaggio a far salire la nave e rimetterla nel fiume dall’altra parte, in modo da poter raccogliere il caucciù senza passare dalle rapide mortali. Sempre “Bella figlia dell’amore”, accompagna la nave che viene dolcemente rimessa in acqua, così come progettato da Fitz. Avrebbero dovuto raccogliere il caucciù e tornare dall’altra parte dove la navigazione è serena..invece gli Indios, non conoscendo le ragioni di Fitz, spingono la nave proprio verso le rapide, anche se per miracolo la nave non si distrugge: Caruso e la musica emessa dal grammofono sanciscono la calma ritrovata, anche se il progetto è sostanzialmente fallito.

Fitz però non si arrende: la nave viene trasformata in palcoscenico, Fitz ha la sua poltrona da teatro, mentre coro e orchestra interpretano “A te oh cara” (da I Puritani di Bellini); la nave arriva in porto. Tra l’esultanza delle persone che attendono la nave, Fitz ha davvero realizzato il suo sogno: portare l’opera in Amazzonia (e non solo quella, ma un messaggio di pace e bellezza).

A te, o cara, amor talora
amor talora mi guido furtivo e in pianto
Or mi guida a te d’accanto
Tra la gioia e l’esultar.

Al brillar di si bell’ora,
Se rammento il mio tormento
Si raddoppia il mio contento,
M’e piu caro il palpitar.

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