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INTERVISTA ALLA COMPOSITRICE MARIANGELA UNGARO

INTERVISTA ALLA COMPOSITRICE MARIANGELA UNGARO

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La ricotta

La Ricotta e’ un film di Pasolini ed egli stesso esordisce con un messaggio scritto dichiarando prima dei titoli di testa che è perfettamente consapevole del polverone di polemiche e critiche che il suo film avrebbe sollevato ma d’altro canto conferma il suo reale rispetto per la Passione di Cristo e per i testi che ne parlano.
Il contesto è quello del film nel film, ovvero siamo sul set .
Si sta girando un film incentrato sulla passione di Cristo.
Il protagonista è il povero Giovanni Stracci che impersona il ladrone buono, una parte che non solo ha sul set ma che calza perfettamente il suo modo di essere nel macrofilm Pasoliniano.
Dal punto di vista prettamente musicale la colonna sonora del film è tutta caratterizzata dal succedersi di temi ricorrenti, come una sorta di diacronia leitmotivica: sotto i titoli di testa, mentre viene inquadrato a colori il banchetto colmo di cibo su cui sovrasta il megafono del regista, sentiamo un ballabile, un twist, che ricorrerà con tutta la sua carica ironica ogni qualvolta che gli attori devono cominciare a girare le scene drammatiche oppure accompagna i loro balli nei momenti di pausa.
In ordine di udibilità possiamo poi ascoltare l’oratorio di Scarlatti: un brano (quello giusto)che viene utilizzato quando si gira il film…anche se più che questo, gli attori immobili e le loro bocche che si muovono senza emettere alcun suono, ci ricordano più un quadro di Michelangelo.
Il terzo inciso musicale che però a mio avviso ha più importanza degli altri è quello che io ho chiamato il “Tema del cibo”; ha solo una connotazione musicale: è mesto, nostalgico, suonato dall’organetto e possiamo sentirlo ogni qualvolta c’è del cibo o nella sua connotazione simbolica quando viene inquadrata la croce: il corpo di Cristo che diventa l’agnello immolato per la salvezza dell’umanità.
Arriviamo al tema Verdiano: si tratta dell’aria della Traviata “Sempre libera”; quest’ultimo è trattato musicalmente in due modi: o suonato dalla banda con tipico incedere oppure suonato da un pianoforte d’altri tempi, con il ritmo velocizzato ai limiti della riconoscibilità.
La prima volta in cui lo sentiamo è nella versione bandistica quando fa capolino da un campo uno dei personaggi che sono sul set: si tratta di una figura allegorica che simboleggia un angelo; il tema di commento suonato dalla banda, descrive e accompagna l’incedere presuntuoso e ridicolo del personaggio, come in una sorta di parata.
Quest’ultimo viene visto dai familiari del protagonista, il ladrone buono che sono in mezzo al campo e stanno consumando il pranzo al sacco che il poveraccio ha preso alla mensa del set.
Qui ascoltiamo invece il tema che io ho definito del cibo: l’armonica descrive i poveri volti che consumano quel poco che possono.
Il ladrone buono torna sul set: qui gli attori sono in pausa-pranzo.
Ad ognuno di loro viene dato il sacchetto : consapevole di aver già ricevuto la sua porzione ma rimasto a pancia vuota, decide di prendere un altro sacchetto; prende dei vestiti che svolazzano appesi a un filo e si traveste da donna con tanto di parrucca bionda indi si appropinqua a ricevere un altro pranzo.
Il tema che accompagna il gesto di Wells è sempre il brano Verdiano, anche qui suonato dalla banda ma il ritmo è più lento, funzionale a descrivere il modo di camminare impacciato e pesante della finta donnona .
L’uomo mette il sacchetto al sicuro e se ne va.
Tornato sul posto per il momento tanto atteso del pranzo, ha un’amara sorpresa: il cagnolino di una delle attrici ha fatto man bassa delle sue provviste.
Sul faccione arrabbiato e desolato di Wells riprende il tema mesto suonato dalla fisarmonica.
Successivamente troviamo sul set un giornalista : è singolare vedere come, nonostante tutto lo spazio che abbia, preferisca passare sotto gli abiti appesi al filo che fungono come da tende di teatro da cui lui esce.E’ lì per intervistare il regista che dichiara:
” In questo film voglio esprimere il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo”.E detto questo intrattiene il povero giornalista leggendo ad alta voce un libro che ha sottomano; le sue parole risuonano senza senso, mentre non molto lontano gli attori del cast si divertono ballando il twist…E’ come se l ‘uomo volesse ostentare la sua diversità, il suo essere superiori a tutti.
L’ironia o meglio dire la satira ai registi cinematografici gonfiati e pieni di sè è palese.
Il giornalista, dopo essere stato anche insultato dal regista e definito un uomo medio, (tutta la presunzione del regista si sgonfia quando egli stesso fa notare al giornalista che l’editore del giornale per cui lavora è anche il produttore del suo film, anche se il regista vorrebbe dare una certa connotazione di minaccia alle sue parole) se ne va: incontra il ladrone buono che è seduto e accarezza il cagnolino.
I due scambiano un breve dialogo.
Al giornalista piace il cagnolino e Giovanni, fingendo di esserne il padrone, glielo vende per pochi soldi, quelli che gli servono per andare da un venditore di ricotta poco distante dal set e comprarsi da mangiare.
Non fa in tempo a gettare il cagnolino nelle braccia del giornalista che lo vediare schizzare come una freccia (l’immagine è velocizzata) verso il ricottaro… Il tema di Verdi, utilizzato per la terza volta è a velocità raddoppiata e suonato dal piano…Il sound è quello delle comiche.
E’ interessante notare come la musica, lanciata a velocità convulsa, abbia la forza di fermarsi, seppure per due brevissimi istanti, quando, all’andata e al ritorno, il ladrone buono si ferma davanti ad un piccolo altare e si fa un segno di croce.
La musica accompagna la corsa dell’uomo fino al luogo del nascondiglio…Sta per mangiare…
Un voce fuoricampo irrompe: “Il ladrone buono, il ladrone buono!!”
L’uomo è richiamato sul set. Viene inchidato alla croce e gli altri attori, consapevoli che l’uomo è digiuno, lo prendono in giro mettendogli vicino alla bocca del pane e da bere, ben sapendo che il poveretto non può muoversi…L’assonanza con il dramma di Cristo è toccante.
Poco dopo una delle attrici viene convinta a fare lo spogliarello dai colleghi: viene chiesto ad uno dei ragazzi di accompagnarla con l’armonica a bocca;
“Suona della musica araba”
Il risultato, un motivetto sciapo, a tutto può somigliare tranne che alla musica araba, non ha nemmeno lontanamente un sapore orientale: che il regista voglia denunciare l’ignoranza musicale delle persone? Questo è l’unico momento musicale che rimane isolato e legato solo a quella scena.
Il film nel film procede la sua lavorazione: un’altra palese critica è diretta alle attrici primedonne, che riescono a condizionare la produzione . Dopo che le tre croci sono pronte per la scena e vengono portate su per la collina accompagnate dalla musica di Scarlatti, un’attrice, che poi è la padrona del cane, si lamenta che voleva prima girare un’altra sequenza e viene accontentata dal regista, vanificando tutta la precedente preparazione.
Divertente notare come i comandi del regista vengano ripetuti da un esilarante passaparola da tutti gli attori, perfino da un cane che viene inquadrato mentre apre la bocca e qualcuno fuori campo grida per esso!
Il ladrone buono e l’altro attore che impersona Cristo rimangono deposti a terra e,in attesa di girare, scambiano qualche battuta di dialogo.Anche qui si scorge chiaramente il nesso con la Passione di Cristo, se non fosse che i due si mettono a parlare di politica; l’attore critica la posizione di Giovanni che per tutta risposta gli dice :”Sono nato colla vocazione di morire di fame”.
Intanto si gira : ed eccoli lì tutti insieme in un immobile affresco a colori. Anche qui si sente Scarlatti, dopo il twist messo per errore.
“Schiodateli!” Urla il regista.
A quel punto tra il tema Verdiano lanciato all’impazzata e la corsa di Wells dalle immagini velocizzate, si viene colti da un’incontenibile entusiasmo: il momento del pranzo non subirà ulteriori ritardi.
Il ladrone buono si ingozza di cibo fino all’inverosimile:il tema Verdiano sfuma in quello dell’armonica.
Gli altri attori, incuriositi dalla sua folle corsa si riversano nel nascondiglio e qui trovano Giovanni che sta divorando cibo.
I movimenti del ladrone buono sono sempre velocizzati, mentre quelli degli attori sono normali: la contrapposizione non è solo tra i personaggi nella scena che si muovono a ritmi volutamente diversi, ma musicalmente parlando, il tema del cibo, così lento e minore, sembra farci presagire quella che sarà la tragica fine dell’uomo.
Arriviamo alla scena clou del film: è girata su due piani paralleli, da un lato la stampa, il regista, l’attrice primadonna con cagnetto e tanti altri tra giornalisti, critici e fotografi…Dall’altra le tre croci, poste dietro un sontuoso banchetto, che si stagliano verso il cielo. Giovanni, inchiodato alla croce, dovrebbe girare l’ultima scena di fronte alla gente. Sotto le grida “I lampi, i tuoni!” irrompe il tema Verdiano, suonato dalla banda, a sottolineare l’occasione pomposa .
Per evitare imprevisti, al ladrone buono viene fatta ripassare la parte. Proprio sulle sue parole ” Quando sarai nel regno dei cieli, ricordami al padre tuo” la musica si interrompe: il momento è realmente drammatico, privo di qualsiasi ironia; l’ultima battuta della finzione è anche l’ultima della realtà..Il ladrone buono infatti muore realmente lì sulla croce.
Nessuno se ne accorge finchè viene girata la scena di fronte alla critica: il regista grida
“Azione!”
Non avendo alcun esito grida ancora “Motore, motore!” Ma Giovanni non si muove.
A quel punto capisce che qualcosa non va .
Viene informato della morte reale dell’uomo:
“Crepare! Non aveva altro modo per ricordarci che anche lui era vivo”.
Il film di Pasolini si chiude sull’immagine a colori del banchetto su cui sono posti vari cibi: il primo piano si ferma al centro dove c’è la ricotta, e il megafono del regista.
Il tema verdiano, velocizzato a mò di comica e suonato dal piano, accompagna il primo piano di o meglio della colpevole di quella tragica fine: la ricotta.
I titoli di testa si snodato sul twist.

MALEDETTI VI AMERO’

Maledetti vi amerò è un film di Marco Tullio Giordana che narra la vicende di un uomo deluso non solo dall’ideologia comunista ormai tradita nel suo paese, l’Italia della fine degli anni settanta, ma anche dalla sua stessa esistenza.
Ritornato nella sua città Milano dopo cinque anni di permanenza in Venezuela,( questo particolare spiega l’inserimento musicale di alcuni brani di Piazzolla, che rieccheggiano un certo sapore spagnoleggiante) il giovane Riccardo si ritrova in una realtà nuova deludente a cui, nonostante si sforzi, non riesce a dare il benchè minimo significato.
Il film si apre in una stazione di polizia, in cui Riccardo conosce uno dei personaggi chiave della vicenda: un ispettore di polizia , comunista convinto che però ormai non crede più a niente: una sorta di alter ego dello stesso Riccardo, o meglio quello che Riccardo potrebbe diventare… Dialogando con lui, a Riccardo vengono letteralmente gettati in faccia gli eventi a cui egli non ha assistito: l’uccisione di Moro, di Pasolini, la strage di piazza Fontana .
Riccardo ritorna nei luoghi che conosceva: alcuni scorci della sua città, una vecchia fabbrica; ad accompagnarlo il quartetto d’archi in re- di Schubert, una sorta anche qui di Leitmotiv che si potrebbe chiamare Tema del Ricordo, visto che ritorna spesso nel film quando il protagonista va metaforicamente alla ricerca di se stesso.
Un’altro tema chiave ricorrente è un Mottetto di Bach legato ad altre due figure fondamentali nel film : la bambina, figlia di un’amica di Riccardo e di cui egli potrebbe essere il padre, e un vecchio amico, ora vittima della droga.
Quest’ultimo, prima di bucarsi, dice a Riccardo che ognuno di noi ha il suo “Buco”, il suo dolore, il suo destino maledetto.
Il legame simbolico con la bambina viene colto in una delle scene chiave del film in cui il drogato, la bimba stessa, il commissario e Riccardo si ritrovano nel sogno di quest’ultimo: la bambina è seduta in riva ad un laghetto e tira sassi nell’acqua stagnante generando buchi, mentre Riccardo incontra il commissario e lo spara con la pistola che appartiene al drogato.
Il mottetto Bachiano accompagna la sequenza drammatica esaltandone la combinazione, e viene colto da chi ascolta in un modo che va aldilà della semplice percezione sensibile.
Arriviamo ad un altro brano musicale che ricorre durante il film: si tratta del preludio della Maledizione del Rigoletto Verdiano.
Lo sentiamo inizialmente quando Riccardo è in bicicletta alla ricerca di un lavoro: la musica non descrive certo l’azione, ma ci fa recepire la drammaticità dei pensieri interiori del protagonista e fa presagire il tragico destino che sarà egli stesso a volere.
Infatti la Maledizione di Rigoletto emerge con tutta la sua forza alla fine del film quando il protagonista dice al commissario che gli farà arrestare un pericoloso terrorista a Roma all’alba.
In realtà si tratta di lui stesso ; deluso dalla sua vita spesa per ideali che sono stati traditi ma che lui non vuole tradire e per cui preferisce farsi uccidere piuttosto che scendere ai compromessi che tutti gli altri hanno accettato, Riccardo si presenta all’appuntamento: impugna la pistola del suo amico drogato e la punta verso il commissario che, d’istinto, spara.
Riccardo muore . Primo del suo tragico gesto aveva scritto su un muro vicino : “Maledetti, vi amerò”.

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE

Alleggeriamo un po’ il tono con questa deliziosa commedia di Hoffman, tratta dall’opera Shakesperiana del 1595.
Tra tutti i personaggi non ve n’è uno che che non appaia, secondo una coloratissoma espressione inglese, “moonstruck” , cioè affetto da un colpo di luna.
Tutti sembrano aver respirato nell’aria della notte o nel chiarore misterioso della luna una spensierata follia, una vaga ebbrezza, che costituisce il sottofondo stessa dell’opera e le conferisce unità, fondendone insieme le apparenti incongruenze e slegatezze così come la luna, apparendo sul paesaggio, ne annega i contorni e ne ammorbidisce i contrasti in un placido lago di flebile luce azzurrina.
Il film è ambientato a Monte Atena, in Italia alla fine del 19° secolo.
La scelta delle musiche che si alternano tra Rossini, Donizzetti e Verdi, sembra essere un omaggio all’Italia, così come la melodia di taglio napoletano che accompagna i titoli di coda.
Tra le musiche spicca evidentemente “Sogno di una notte di mezza estate” di Mendelsoohn che è il leitmotiv conduttore del film, insieme ad un altro brano : “Libiamo” della Traviata di Verdi.
Lo ascoltiamo inizialmente sulla scena di vita nel borgo in un lungo piano sequenza: le case sullo sfondo collinare, la Chiesa, scendiamo ed ecco sul muro il bando di concorso relativo alla competizione di recitazione in occasione delle nozze del Duca Teseo, il venditori, dei giocatori di carte, un asino di passaggio.
Il piano sequenza si interrompe sul personaggio del tessitore Bottom, un uomo eccentrico, dal discreto talento recitativo, e don Giovanni risaputo.
Riascoltiamo lo stesso brano dalla voce degli attori che, cantando, si inoltrano nel bosco per provare la loro recita.
Ritroviamo l’estratto della Traviata molto dopo quando, ormai sistemati tutti gli equivoci e gli intrighi avvenuti durante la notte, Bottom e i suoi compagni si preparano ad andare in scena: ultimi ripassi alla parte, l’ultima pannellata alla maschera del leone…
La musica continua accompagnando l’allegra combriccola nella grande villa del Duca, dove avrà luogo lo spettacolo.
Il tema Verdiano sfuma nella musica di Mendelssohn quando Bottom si imbatte nella statua della fata dei boschi che egli aveva incontrato ed amato la notte precedente: l’uomo guarda la statua rapito e si chiede se ciò che ha vissuto nella notte sia stato vero o solo un sogno.
Riascoltiamo Verdi subito dopo, durante i festeggiamenti per le nozze di Teseo e Ippolita, Ermia e Lisandro, Elena e Demetrio: l’esecuzione del tema è affidata ad una orchestrina composta da clarinetto, che fiorisce il tema principale con un breve inciso tematico da esso derivato, e da fisarmonica, chitarra e contrabbasso.
Gli attori finiscono il loro spettacolo ed aspettano trepidanti la critica del signore: “Un’ esecuzione egregia” è la risposta data dal capo della compagnia che è il primo a gioire e sorridere : il tema verdiano viene introdotto dalle timide note del clarinetto solista e poi, quando tutti gli attori palesano la loro felicità, possiamo ascoltare il tema con tutti gli strumenti.
E’ notte: per i novelli sposi è giunta (metaforicamente!) “l’ora delle fate”.
Ed ecco la musica di Mendelssohn fare capolino tra le lenzuola degli amanti.

LA NOTTE DI S. LORENZO

Film del 1982 di Paolo e Vittorio Taviani.
Siamo in Toscana sul finire della seconda guerra mondiale: “Con gli Americani alle porte e i Tedeschi ancora in casa”, testuali parole del prete che sposa Bruno con la sua giovane amata incinta.
E continua: “Se è vero che il giorno del dies irae è vicino è anche vero che tutti noi abbiamo il dovere di sopravvivere”.
La popolazione del piccolo paese toscano si è divisa in due: una parte della popolazione ha deciso di scappare, gli altri hanno chiesto ed ottenuto la protezione del vescovo.
Siamo in Chiesa; sulle parole del vescovo “Tutti abbiamo cercato la salvezza nella casa di Dio” si apre il leitmotiv conduttore del film: il Requiem di Verdi.
Mentre la musica accompagna lo spezzare del pane e la comunione, fuori i soldati si preparano a far esplodere la Chiesa .
La musica si interrompe sulle parole del vescovo, bisbigliate mentre fa la comunione:” Non mi abbandonare ora”.
L’esplosione, le grida laceranti, i sopravvissuti che escono mutilati…
Il prete è portato fuori da alcuni uomini ma egli torna verso la chiesa: è su questo gesto che la musica riprende.
Esce la donna, madre della giovane sposa che aveva voluto fidarsi del vescovo e trovare rifugio nella chiesa.
L’uomo l’aiuta con la giovane, i loro sgurdi attoniti si incontrano, le loro fronti si toccano, come a condividere lo stesso tragico destino, ma poi la donna esclama “Da sola! Fo’ da sola”
Qui attacca la parte per soprano.
La scena si conclude con il prete seduto sulle scale della fontana nella piazzetta.
Dissolvenza a nero.
Intanto i fuggiaschi sono accampati nel bosco: decidono di cambiare i loro nomi.
La musica del miserere ritorna con tutta la sua drammaticità quando comincia a parlare uno degli uomini: “Non so nemmeno se è un nome: Requiem…Sì, chiamatemi requiem” e ricorda quando cantava in chiesa.
La musica accompagna i volti di tutti e i loro nuovi nomi da loro scelti, ” leone, orango, gufo, pelo…”( singolare notare la somiglianza fisica tra i volti dei personaggi e i nomi degli animali da loro acquisiti).
Arriva il turno del giovane sposo; la musica svolge qui la funzione di ricordo: Bruno infatti decide di chiamarsi Giovanni come il figlio che non avrà più. Egli ricorda quando ha visto morire la giovane moglie fuori dalla cattedrale, mentre la portava via insieme alla madre di lei su una carriola.
Il requiem di Verdi irrompe con tutta la forza drammatica della parte del “dies irae” poco dopo:
il vecchio (che recitava l’Iliade a memoria e si era dato il nome di Achille) per difendere la bambina da un fascista, scaglia un forcone invano verso l’uomo; quest’ultimo lo uccide sparandogli.
A quel punto la bambina immagina che il vecchio sia vendicato da un esercito di guerrieri greci armati di lance che finiscano nel costato del fascista uccidendolo.
Il miserere del Requiem ritorna molto presto accompagnando le scene successive: Bruno è a terra accanto ad un amico che gli aveva precedentemente salvato la vita e scaccia le mosche dal cadavere sangiunante del poveretto.
I fuggiaschi si radunano.
Arriva la sera e trovano riparo in un villaggio :”Eravamo così stanchi che ci si era scordati anche della paura” racconta la voce di una donna fuori campo, che altri non è che la bambina della storia.

AMICI MIEI

Film di Mario Monicelli con Ugo Tognazzi, Gastone Moschin e Philippe Noiret.
Un gruppo di amici, scanzonati e rifuggenti le responsabilità di una vita che non li soddisfa, si danno alle cosiddette “zingarate”, delle disavventure che organizzano spesso dal nulla e che li vede nelle situazioni più disparate.
Il tema musicale conduttore del film è l’aria “bella figlia dell’amore” tratta da Rigoletto di Verdi, eseguito dagli amici nei modi più diversi, così come le situazioni paradossali in cui si vanno a cacciare. Si può dire che ad ogni zingarata corrisponde un “Bella figlia dell’amore” diverso: ecco perchè si può parlare di leitmotiv.
Ed ecco gli amici in macchina in partenza per una delle loro zingarate: cantano “Bella figlia dell’amore” a cappella, e con le voci realizzano in maniera esilarante tanto la melodia principale tanto l’accompagnamento.
Lo stesso tema torna più tardi quando gli amici si ritrovano a cena a casa di Melandri, uno di loro: l’uomo ha fatto la sciocchezza di sposare una donna divorziata, il cui ex marito, rinomato chirurgo, affligge continuamente .
Mentre Melandri è in cucina gli amici e il chirurgo cantano Verdi.
La terza zingarata è introdotta dal terzo ascolto verdiano, questa volta però in stile bossa nova caraibica: lo stacco verdiano questa volta è solo di commento esterno, esclusivamente musicale e accompagna l’arrivo della macchina nel cortile dell’ospedale: il chirurgo è diventato uno di loro. La musica riparte così come la macchina, per una nuova zingarata.
La quarta entrata del tema verdiano è in concomitanza dell’ennesima disavventura: è sera e i cinque si introducono in una lussuosa villa dove si sta svolgendo una festa di gala.
Lo stile del tema, la cui melodia è affidata alla tromba, ha un sapore vagamente jazzistico.
Ritroviamo Verdi nella sequenza successiva: gli amici hanno deciso di prendere in giro un pensionato ingordo di nome Righi, che entra nel bar da loro frequentato e si strafoga di cornetti senza pagare: i cinque decidono di dargli una lezione e lo introducono nel loro gruppo facendo credere al malcapitato di essere una banda di pericolosi malviventi e spacciatori di droga.
Philippe Noiret canta per pochi istanti, piuttosto sommessamente il tema verdiano dopo aver diviso i soldi tra i suoi compari ignorando l’ultimo arrivato; i soldi sono falsi così come tutta la situazione.
Dopo aver fatto intimorire il Righi fino a farlo salire a forza su un treno diretto a Reggio Calabria, gli amici si ritrovano alla fine della loro ultima zingarata.
Ognuno ritorna alla sua realtà, drammatica e squallida.
Il tema di “Bella figlia dell’amore” si risente anche qui, in versione solo strumentale, ritmo un po’ rallentato, con la melodia principale affidata all’oboe, che ne accentua la tristezza.
Siamo alla fine del film: Noiret è morto.
Gli amici seguono il feretro: si risentono le voci che cantano il tema Verdiano a cappella, ma la musica è solo un commento esterno.
Naturalmente il finale non smentisce il carattere esilarante del film: i quattro incontrano il Righi e gli fanno credere di aver ucciso loro l’amico perchè era un traditore…

JEAN DE FLORETTE
MANON DE SORS

Sono due film di Claude Berri , esattamente la prima e la seconda parte di una vicenda, tratta dall’opera letteraria di Marcel Pagnol.
Anche qui c’è la musica di Verdi e il leitmotiv scelto è l’overture de”La forza del destino”; e questo è anche l’unico tema musicale presente nei due film visto che ad accompagnare delle altre scene non ci sono dei chiari incisi tematici ma solo degli espedienti timbrici che danno un’idea descrittiva quasi onomatopeica dell’azione. Pertanto il tema di Verdi spicca decisamente.
Siamo nelle campagne della Provenza, è il 1920; il tenore di vita è modesto e i pochi mezzi disponibili sono fondamentali all’esistenza dei contadini: una semplice sorgente diventa il catalizzatore non solo della sopravvivenza fisica ma anche dei valori morali dei personaggi.
Già mentre scorrono sullo schermo i titoli di testa possiamo ascoltare Verdi: arriva una corriera , Ugolin scende e va nella sua casetta dopo essere passato a salutare l’amico Papè.
La musica ci fa chiaramente intendere che ai due personaggi è legato il tragico destino della vicenda.
Ugolin entra nella sua sporca catapecchia e apre la sua valigia : quest’ultimo gesto è accompagnato da un arpeggio suonato al cembalo..Suona piuttosto sinistro, come a farci intuire che le piantine che Ugolin ha preso delicatamente in mano dalla valigia possano essere un potenziale problema.
Ugolin comincia il suo lavoro e la successiva immagine panoramica dei suoi garofani ( ecco cos’erano quelle piantine) viene ben descritta dall’apertura orchestrale.
Ritorna il tema di Verdi quando Papè e Ugolin vanno nell’orto degli ulivi, nella terra vicina alle loro: il tema implcitamente ci suggerisce che anche quel luogo e quella situazione saranno fondamentali ai fini della vicenda.
Infatti Papè si scontra con un contadino che sta lavorando nell’orto e addirittura, finisce per ammazzarlo.
Quella terra è assai preziosa: vi si trova una sorgente.
“E’ qui la fonte!” Dice Papè ad Ugolin: il tremolo dei violini, le rapide brevi scalette dei flauti e gli arpeggi delle arpe che intervengono a descrivere quasi in modo onomatopeico l’ immagine, ricordano l’inizio del poema sinfonico di Smetana “La Moldava”.. I due contadini decidono di nascondere la fonte e di murarla in modo da incanalare l’acqua nella terra di Ugolin, lasciando a secco quella dell’oliveto.
Ad ereditare la terra del contadino ucciso da Papè è Jean de Florette che arriva lì con la moglie e la figlioletta Manon.
Jean prende possesso dalle casa e si affaccia alla finestra insieme a sua moglie: suona con l’armonica il tema verdiano, una melodia che lo simboleggerà per tutto il corso della vicenda, mentre la donna canta la stessa melodia.
Nelle sequenze successive emerge subito la nobiltà d’animo di Jean e la sua superiorità intellettuale rispetto a chi vive in quei luoghi; invita a pranzo Ugolin, suo vicino: mentre Jean col calice in mano inneggia alla natura alle rocce millenarie, allo smeraldo dei prati e all’azzurro del cielo, Ugolin alza il calice e, visibilmente imbarazzato, sa solo dire “Salute!”
Per svegliare il vicino Ugolin il mattino seguente e potersi rifornire d’acqua, Jean suona la sua armonica a bocca: ecco nuovamente il tema verdiano, gentile e timido.
Jean ha grandi progetti per la sua nuova terra e ne parla con Ugolin: il tono della sua voce risuona sempre più forte e viene accompagnato o meglio enfatizzato dall’entrata degli archi che svolgono un inciso abbastanza breve ma efficace.
Jean comincia a coltivare la sua terra ma per avere l’acqua è costretto a recarsi a km di distanza .
Inizialmente le cose vanno bene: infatti lo sentiamo fischiare sotto la pioggia, il tema è sempre quello verdiano.
Ma poi la mancanza d’acqua porterà Jean alla rovina: mentre Ugolin si fa prendere dagli scrupoli di coscienza, Jean arriva a scavare un pozzo con la speranza di trovare dell’acqua; arrivato a trovare il terreno roccioso decide di farlo saltare in aria con la dinamite: lo sventurato troverà la morte. La moglie di Jean vende la terra e se ne va.
L’ultima scena del film vede Ugolin e Papè che si bagnano nella fonte; la bambina di Jean, Manon, li vede….
Nella seconda parte della vicenda, nel film Jean de >Florette parte II , intitolato Manon delle sorgenti, assistiamo alla vendetta della giovane Manon.
Dopo dieci anni dalla morte di suo padre Manon non ha dimenticato ciò che ha visto ed è decisa a farla pagare a Ugolin e Papè.
Anche qui i titoli di testa sono accompagnati dal tema della Forza del destino.
Ugolin ha fatto fortuna con i garofani mentre Manon fa la guardiana di capre.
Vi è un’altro personaggio in questa seconda parte: un giovane geologo che si trova lì per studiare il territorio.
Il tema verdiano si risente quando Manon suona l’armonica di suo padre sotto la pioggia: il ricordo dell’uomo emerge con tutta la sua drammaticità in un connubio di simboli, la pioggia, l’acqua, la melodia …
Monon fa amicizia con il giovane mentre Ugolin si invaghisce di lei in maniera morbosa: addirittura si cuce al petto uno dei nastri che la ragazza aveva perso tra l’erba.
Manon era già a conoscenza di ciò che aveva fatto Ugolin riguardo alla sorgente ma viene a scoprire che anche gli abitanti del villaggio sapevano tutto ma non avevano fatto nulla affinchè fosse evitata la morte di Jean: la notizia appresa da due villani a caccia tra le colline, ha un effetto devastante nell’animo di Manon .
Mentre il tema verdiano incalza Manon piange disperata nel suo letto.
La ragazza è accecata dalla rabbia: l’ora della vendetta è suonata.
Nel tentativo di riprendere una capretta, Manon scopre l’origine della fonte che dà acqua all’intero villaggio.
Blocca la sorgente e lascia a secco l’intero villaggio oltre che tutti i terreni circostanti.
All’inizio l’acqua dalle fontane esce rossa, intorbidita dal fango: io vi ho trovato un qualche simbolismo con l’acqua del Nilo arrossata di sangue dalla vendetta di Mosè o comunque un colore simbolico che ricorda la morte di Jean.
Gli abitanti del villaggio sono in crisi e chiamano addirittura uno specialista…Dopo aspre discussioni in cui emerge che non vi è un motivo scientifico per cui la fonte si sia improvvisamente bloccata, comincia ad insinuarsi nelle menti lo spettro di Jean de Florette della cui morte tutti si sentono responsabili.
Alla presenza di Manon e del giovane, emerge la verità.
Nella sequenza successiva troviamo Ugolin impiccato ad un olivo (qualche riferimento neotestamentario?) e Papè che ne leva dal cadavere il nastro di Manon che getterà nel fuoco: quest’ultimo fatto è accompagnato dal tema verdiano: la vendetta di Manon si è finalmente compiuta.
La ragazza trova il conforto tra le braccia del giovane geologo a cui confida ciò che ha fatto: i due liberano la fonte e l’acqua ritorna. In paese intanto si stà svolgendo una processione. La venuta dell’acqua assume il tono di un miracolo.
Manon si sposa con il geologo e dopo poche sequenze la vediamo già in dolce attesa.
Papè è logorato dalle sue colpe: tenta più volte invano di farsi perdonare .
Si confessa.
Il tema verdiano chiude il film: prima che comincino a scorrere i titoli di coda, vediamo Papè a letto morto, nella sua mano stringe una pettinessa di Manon e la corona di un rosario.

Mariangela Ungaro