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IL CINEMA AUSTRALIANO E LA SUA MUSICA da “Cinema D’Ascolto” di M.Ungaro

http://www.pensieroplurale.it/cinema-australiano-la-sua-musica/

Pensiero Plurale è l’ideale spazio informativo in cui diverse discipline e contenuti possono liberamente coesistere. Dalla politica allo sport, dalla filosofia all’arte, dalla narrativa al cinema, non ci facciamo mancare nulla.

Proponiamo, stavolta, un’indagine retrospettiva, uno studio articolato e appassionato, che getta un fascio di luce psichedelica sul cinema australiano in rapporto alle colonne sonore.
L’articolo è di Mariangela Ungaro, una delle nostre autrici di punta (che a settembre pubblicherà “Cinema d’ascolto”, ovviamente con il marchio editoriale Pluriversum Edizioni).

#cinemaaustraliano #cinemadascolto #mariangelaungaro #musicapercinema #australia

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IL POSTO DELLE FRAGOLE e la sua colonna sonora

 Dal libro “CINEMA D’ASCOLTO” di Mariangela Ungaro

 

Il posto delle fragole è un film del 1957 di Bergman, con le musiche di Erik Nordgren

https://www.youtube.com/watch?v=J_dDkRIAt60

Le musiche sono in realtà delle emblematiche pennellate timbriche (violoncello e arpa con significati antitetici) il resto è musica IN (suonata al pianoforte, alla chitarra, o cantata) oppure sonorizzazione, ovvero suoni e/o rumori emblematici (rintocco di campane, di orologio, suoni di natura e canti di uccelli).

Vi è una logica intrinseca nell’uso di musica IN, di commento , signal sonori e rumori di scena: si potrebbe parlare quasi di permutazione delle varie componenti sia nelle scene realistiche sia in quelle oniriche, a creare un disegno ben delineato, connesso e connotato proprio anche grazie ai suoni ricorrenti.

Il film si apre con un sogno, e la fase onirica accompagnerà il protagonista (il professor Isaac) per tutto il film; tutti i sogni si aprono con l’arpa, un timbro tipico per connotare un’ idea atavica di mondo onirico, impalpabile, di apertura di sipario, con i suoi glissandi ascendenti. Tutti i sogni tranne l’ultimo, alla fine del film, quando l’arpa è la protagonista di tutto il sogno, non solo dell’apertura, ed accompagna con arpeggi sempre più diluiti, in senso agonico, il protagonista e la giovane Sarah a trovare i genitori di Isaac sulle sponde del laghetto, fino all’ultimo arpeggio, riposante, sereno, che ha trovato finalmente la pace e ha saputo imparare a perdonarsi.

Fin dal primo sogno, sentiamo già molti elementi sonori che caratterizzeranno tutto il film: il battito del cuore e il rintocco dei timpani, sempre più forte, alla vista dell’orologio senza lancette (orologio reale che Isaac ritroverà a casa di sua madre); le campane (alla vista dell’uomo dissolto senza testa) e i loro sonori rintocchi; il suono fisso che si intensifica in una crescente tensione sonora e situazionale (alla vista della bara aperta con se stesso che è vivo e attira a sé con la sua mano esangue, Isaac vivo).

Il primo timido tema orchestrale di musica di commento vero e proprio (salvo un breve inciso tematico drammatico durante i brevissimi titoli di testa, dopo il prologo) lo ascoltiamo quando Isaac giunge – nella realtà e subito dopo nei suoi ricordi – nel “posto delle fragole”, un delizioso e assolato giardino che circondava la sua dimora familiare estiva.

Risentiamo anche il rintocco della campana, un signal sonoro che chiama a raccolta la famiglia del giovane Isaac, perso tra i suoi ricordi: la famiglia è riunita per la colazione intorno al tavolo e ringrazia il Signore.

Subito dopo ascoltiamo della musica IN: le gemelle infatti stanno cantando una canzoncina per lo zio che fa l’onomastico, mentre una delle sorelle le accompagna al pianoforte. La musica IN ci riporta alla realtà: uno dei ragazzi a cui Isaac e sua nuora stanno dando un passaggio, suona una chitarra, dopo pranzo.

La musica IN alla chitarra chiuderà anche il capitolo successivo: dopo una dissertazione sull’immanentismo, accompagnata da musica di commento drammatica di quartetto d’archi, udiamo ancora i rintocchi dei timpani (che si fondono con il rumore dei tuoni) quando Isaac vede davvero, a casa della madre, l’orologio senza lancette (che apparteneva a Sigfried, l’uomo che ha sposato la sua amata Sarah) e mentre lui ricorda, tornando in fase onirica, la sua Sarah, riparte anche il quartetto d’archi drammatico. La chitarra IN riporta tutto alla realtà: il ragazzo sta suonando ora nella macchina mentre fuori imperversa il temporale.

Il sogno successivo invece vede protagonisti molti signal sonori, timbri e rumori di scena: il tremolo d’archi innanzitutto, il pianto del bimbo, stridenti canti di uccelli nel bosco. Sempre in questo sogno, ascoltiamo anche della musica IN: Sarah sta suonando al pianoforte una delle fughe bachiane (tratte dal Clavicembalo ben temperato): il suo amato Sigfried le bacia il collo, lei smette di suonare e la musica passa senza perdere una nota, dal pianoforte al violoncello solo, che però è musica di commento, mentre la coppia si siede a tavola.

Partono i rintocchi dei timpani mentre Isaac tocca un chiodo fissato allo stipite della porta a vetri con la mano e bussa al vetro insistentemente.

Il suono fisso questa volta serve al risveglio.

Tornati alla realtà ascoltiamo il violoncello solo, di commento, tanto breve quanto drammatico, dopo che i ragazzi regalano al vecchio dei fiori, come omaggio per il suo giubileo: egli ringrazia, ma dice che è tardi e devono ripartire al più presto.

Il violoncello solo sarà anche il commento dopo la premiazione, come se Isaac sapesse bene che il premio che ha ricevuto non è meritato. Il violoncello è sempre associato all’idea di morte o comunque sonorizza il dolore intenso.

La parata del giubileo è sonorizzata con musica IN: trombe e campane.

Ed è IN anche la canzone cantata dai tre ragazzi sotto la finestra del professore, per dirgli addio.


NUOVI BOOKTRAILERS: MUSICA – POESIA- IMMAGINI

MARIA TERESA TEDDE

COM’ERA BELLA MARIA

Il brano pianistico originale, composto da Mariangela

Ungaro, “Il mito di Marpessa” 


sonorizza le parole della poetessa

Maria Teresa Tedde, intrise di sublime nostalgia.

Per terra le arance

sotto l’albero tormentato di maestrale

per terra come i suoi baci

a serenare sotto le stelle

sotto il sole, sotto piedi indifferenti

e la paura dentro.

Com’era bella Maria

coi suoi capelli al vento

ed i suoi sogni in tasca.

Con le sue mani

li animava di speranza e di fiducia.

Com’era bella Maria

quando sorrideva:

sapeva di miracolo

di odor di gelsomino

di pelle di bambino

e offriva il cuore

a rondini lontane.

 

 

 
 
 
 

MARGHERITA BONFILIO

ADESSO BASTA

Una poesia di Margherita Bonfilio contro la violenza sulle donne.

Musica originale di Mariangela Ungaro. 

Si ringrazia il fotografo Vieri Bottazzini per le immagini paesaggistiche.

Adesso basta!

Non voglio più sentire la tua mano


che con ferocia colpisce il mio viso,l’alito pungente che soffoca ogni mia speranza,

la violenza con cui mi sbatti contro il muro.

Non voglio più sentirmi una nullità,

umiliata, schernita, posseduta senza amore.

Anima sfregiata che grida il suo bisogno di riscatto,

desiderosa di rinascita e di un nuovo domani.

Voglio poter camminare a testa alta,

senza la paura di tornare a casa

ed ascoltare i tuoi passi dietro la porta

che si fanno pesanti, incalzanti, schiaccianti.

Niente più catene e legami malati.

Spogliata di me stessa cammino sulla battigia,

assaporo la frescura della sabbia bagnata sotto i piedi,

mi inebrio del profumo salmastro della risacca,

alzo gli occhi al cielo

e grido con quanto fiato ho in gola

Io esisto!!

Corro libera dalle catene di un amore malato

verso un nuovo futuro.

Il mio!


 

 

 

 
 
 

GIUSEPPE LECCARDI

LUCCIOLE

“Grazie infinite Mariangela per le immagini scelte e la tua meravigliosa musica.

Un effetto sorprendente, un mix di emozioni, suggestioni e ricordi. 

Un”Cantico” celebrativo della natura e della vita che fluisce ininterrotta di padre in figlio, fino ai nipoti e pronipoti con un alone di magico stupore che le lucciole sanno aggiungere. 

Il risultato è un formidabile inno alla natura e alla vita.”

Mini lanterne magiche oscillanti

nel vento tiepido di maggio,

compagne dei giochi infantili.

Piccole stelle cadute,

briciole vive di comete sparse

fra gli orti, i fontanili e i campi.

Il vostro incerto volo mi commuove.

Segnali luminosi, lampeggianti

sulla corsia di sorpasso

ai nostri innumerevoli pensieri.

Luci di posizione d’invisibili alianti

occhi accesi, danzanti,

fari che frugano la notte

alla ricerca dei perduti sogni.

Festose luminarie naturali

d’un Natale fuori stagione;

insegne intermittenti, misteriose,

di antiche feste e agresti rituali.

Residui di silenti fuochi artificiali.

Luci d’un circo di periferia

sotto il nero tendone della notte,

ricco di pagliacci, saltimbanchi,

giocolieri e uomini volanti.

Un mondo vivo nella memoria

d’un bimbo che vi inseguì correndo

dietro le vostre zigzaganti rotte

convinto che la vita fosse

un eterno gioco.

 

ADA CRIPPA

SONO

Poesia di Ada Crippa

“Sono” 

Montaggio video: Mariangela Ungaro 

Musica originale “AFORISMA DI FUGA” di Mariangela Ungaro

Sono una goccia che in uno stagno cade

e che solo per un attimo, le acque ferme – smuove.

Sono la pioggia che cade nel mare

il mare che batte lo scoglio.

Sono lo scoglio che arresta il vento

il vento che s’ingremba nell’onda

Sono l’onda che disseta la riva

la riva che s’allunga nel sole.

Sono il sole che scalda la terra

la terra che contiene la zolla.

Sono la zolla che attende l’aratro

l’aratro che invita la mano.

Sono la mano che stringe la tua

perché dunque io – t’amo.

Io t’amo è so d’esser nulla:

nel passato, nel futuro – nulla.

Sono un frammento di luce dispersa

nel tempo che vivo.

Sono un nugolo di polvere mischiata con l’acqua

l’acqua che bevo e che nutro

Sono un soffio – nell’universo infinito.

Sono il respiro della luna che passa silenziosa

un uccello che scava col becco la sua dimora.

Sono una foglia scritta nel tempo

la stagione che si consuma

sono la notte che scende furtiva

il buio che intana e fa paura

sono dunque – la morte?

Sono prima – la vita

 

 

 

IZABELLA TERESA KOSTKA 

A TE

Poesia selezionata e pubblicata sull’antologia “Parole d’Amore”

Premio San Valentino, Anvos e Accademia dei Bronzi

Ursini Edizioni 2017 

MUSICA ORIGINALE e montaggio video di MARIANGELA UNGARO

Dimmi che mi vorrai ancora,

quando voleranno lontano gli ultimi aironi

e la sposa – magnolia cesserà di fiorire,

moriranno raccolte le spighe di grano

e i salici svestiti piangeranno dal gelo.

Al di là della nostra estate,

sfregiata di notte con folle arsura

soppressa ingenua dall’odore d’autunno,

spoglia d’affetto come rami degli alberi,

solitari guardiani dell’abbandono.

Sussurra che mi cercherai nel mentre,

mentre la neve coprirà le distese

e le sorgenti indosseranno il ghiaccio,

nella notte polare priva di luce

sarai l’aurora per tutti i miei sensi.

Oltre qualsiasi inverno.

Prometti che mi scalderai ancora,

come se fossi primavera.

ANNAMARIA GALLO 

L’ULIVO

Poesia di Annamaria Gallo

Musica originale di Mariangela Ungaro “Il rumore del sole”

Giunsi, come viandante errante
nella notte di un tempo
che non conosceva
pace interiore.


Il mio sguardo, si fermò
verso verdeggianti ombre
colline a me tanto care
di fanciullesca memoria.

Quanti anni erano trascorsi
ed il mio pensiero
spesso e sovente
lì, rivolto,
alla mia terra,
al mio mare e alla sua frizzicante
brezza del mattino,
alla rosea luce, di un sole,
che sorge puntuale,
all’ alba, preludio di un giorno,
che fa capolino sul tutto.

Giunsi, viandante errante e sconosciuta
nella terra dei miei Avi
ed ivi, infine,
piantai il mio ulivo.

 

 
 

DANIELA PORCELLI 

OCCHI BRAMOSI DI VITA

Poesia di Daniela Porcelli 

Arrangiamento per orchestra tratto da “Schindler’s list” a cura di Mariangela Ungaro

Ho visitato il campo di Auschwitz

Ed ho immaginato di udire

Parole sporche,

come pietre scagliate

con violenza nell’acqua.

Ho visto esseri trasformati,

corpi denudati,

scheletrici, denutriti

ma con occhi

ancor bramosi di vita,

senza più il calore

di un sorriso.

Denti digrignati

Da una rabbia infinita,

anime sfiancate

da un’attesa senza tregua,

esseri a cui tutto è negato,

anche ogni forma

di Speranza,

in un’eterna lotta

tra la vita e la morte

in cui alla fine

per crudeltà dell’uomo

sempre la morte ha vinto

l’impari duello

con la vita.

 
 

 

 

PASQUALINA DI BLASIO

FOGLIE D’AUTUNNO

Arrangiamento musicale di M.Ungaro Poesia di Pasqualina Di Blasio, 

“Foglie D’Autunno” 

tratto dalla silloge “Approdi al cappello giullare”

Musica di F.Mendelssohn, arrangiamento per piccola orchestra a cura di Mariangela Ungaro

Crepitano sotto i miei piedi

Come fiammelle accese

Le foglie raccolte a tappeto

Da un mulinello scherzoso

Che gonfia a più non posso le gote

Quasi un girotondo concluso.

Acchiapparella senza segreti

Un volteggio a pochi metri nell’aria

Un duetto gioioso e ammiccante

“Se ti prendo ti tocca baciarmi”.

Ero capitata per caso nel parco

In un bel gioco di squadra

in cui le figlie d’autunno

non è pena un giro nel vuoto

e finire e giacere sopra la terra.


FITZCARRALDO: la storia di un sogno di pace costruito con la Musica

FITZCARRALDO:

la storia di un sogno di pace costruito con la Musica.

da CINEMA D’ASCOLTO, di Mariangela Ungaro

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Considerato tra i più importanti esponenti del cosiddetto Nuovo cinema tedesco, nonché uno dei massimi cineasti viventi, Werner Herzog, nel corso della sua lunga carriera ha prodotto, scritto e diretto più di 50 pellicole, oltre ad aver pubblicato libri e diretto opere liriche. I suoi film hanno uno stile tanto inconfondibile quanto inclassificabile.

Fitzcarraldo è un suo film del 1982 (scritto e diretto). Presentato in concorso al 35º Festival di Cannes, ha vinto il premio per la miglior regia.

Trovo emblematico che nel film il sognatore espliciti le sue intenzioni attraverso la comunicazione, che lui ritiene proritaria: verbale, musicale, astratta e pratica, con la ferrovia e la navigazione. L’umanità deve condividere, comunicare, gioire della bellezza, sia essa considerata come musica operistica o collegamento che porta a conoscere nuovi territori inesplorati. Sarà per la presenza della Cardinale, ma questo messaggio mi ricorda il vecchio Morton in “C’era una volta il west” il sognatore che voleva costruire la ferrovia che congiungesse i due oceani.

Le musiche del film sono probabilmente un godimento estremo per gli amanti dell’Opera lirica. Popol Vuh dovrebbe essere il compositore nonché supervisore delle musiche, perché in realtà troviamo Vincenzo Bellini (I Puritani), Giuseppe Verdi (Ernani e Rigoletto), Richard Strauss (Tod und Verklärung), Giacomo Puccini (La Bohème), Gaetano Donizetti (Lucia di Lammermoor), Giacomo Meyerbeer, Jules Massenet (Manon).

Comprendiamo subito l’interesse del regista per l’opera lirica quando ci rendiamo conto che i primi 11 minuti di girato altro non sono che le riprese dell’Ernani di Verdi in teatro con Caruso e Sarah Bernhardt che recita ma non canta (vi è una cantante lirica nella buca che canta al suo posto) mentre Fitz e la sua compagna (Claudia Cardinale) giungono in ritardo e pregano una maschera affinché li faccia entrare. E’ interessante vedere l’opera incastonata nel cinema, una finzione nella finzione. Di vero c’è solo la grande ambizione dell’uomo impersonato da Fitz che vive per il suo sogno e farà di tutto per realizzarlo (come per Herzog il suo film, che ebbe una genesi davvero rocambolesca).

Fatto salvo per due interventi di musica originale, davvero poco riusciti, né etnici né interessanti, abbiamo un altro momento di musica in, con un breve estratto da La Boheme di Puccini che si sente dal grammofono del protagonista, mentre un gruppo di bambini indios ascolta ed osserva nella più totale ed inconsapevole, pura ammirazione.

Non mancano altri momenti di musica in, come quella che si sente alla festa dei ricchi del posto. Proprio in quell’occasione, Fitz accende il grammofono da cui possiamo sentire le parole “Tu m’appartieni o nuovo mondo …” tratto da L’Africana di Meyerbeer: Fitz è alla festa proprio per parlare della sua idea (ossessione) di costruire il teatro dell’Opera nella terra degli Indios e trovare dei finanziatori. In realtà affida al testo dell’opera le sue parole e le sue speranze.

Ecco il testo integrale:

Mi batte il cor!
Spettacol divin
Sognata terra ecco ti premo al fin
O paradiso
Dal onda uscito
Fiorente suol
Splendido suol
In voi rapito io son
Tu m’appartieni
O nuovo mondo
Alla mia patria ti posso
Ti posso offrir
Nostro é questo terreno fecondo
Che l’Europa può tutta arricchir
Spettacolo divin
In te rapito
Io son
O nuovo mondo
Tu m’appartieni
A me, tu m’appartieni a me

Ad infrangere il sogno è “Lo spirito dell’ira” ovvero le rapide cosiddette della morte lungo il fiume, con il loro rumore fragoroso e dirompente.

Ascoltiamo altri deboli interventi musicali originali, di commento, quando Fitz compra il battello per solcare le acque e quando la ciurma vi lavora: la musica è sempre la stessa, dal vago sapore poco “Thai” e molto “anni ‘80”.

Si sente anche la musica di una banda scalcinata quando Fitz e la compagna inaugurano la nave chiamata Molly (come la donatrice) Aida (non ha bisogno di spiegazioni, dato l’amore per l’opera del protagonista). La banda accompagna l’uscita della nave che risale il fiume. Ma gli entusiasmi hanno breve durata, e la musica successiva, di Strass, l’inizio di “Morte e Trasfigurazione”, con i suoi toni mesti, scuri e cupi, sembra profetizzare quanto accadrà, mentre sono ripresi gli uomini della ciurma, le scene di vita sulla nave e il viaggio della stessa, che al tramonto solca soavemente il fiume in attesa dell’imbrunire.

Due parole sulla musica di Strauss: rappresenta la morte di un artista. Su richiesta di Strauss, questo fu descritto nel poema di amico del compositore, Alexander Ritter, come un’interpretazione della Morte e Trasfigurazione, dopo che fu composto. Mentre l’uomo giace morente, i pensieri della sua vita gli passano attraverso la testa: l’innocenza della sua infanzia, le lotte della sua virilità, il raggiungimento dei suoi obiettivi mondani; e alla fine, riceve la sospirata trasfigurazione “dall’infinita grandezza del cielo”.

Arrivati nella zona abitata dalle popolazioni indigene, l’equipaggio ha paura: le percussioni e i rumori di scena sonorizzano gli sguardi circospetti degli uomini della ciurma, mentre la nave solca le acque sospettosa. Dopo il fragore dell’esplosione di una prima carica per avvertimento da parte del macchinista, fermato dal capitano, rimane nell’aria solo il cinguettio degli uccelli… “C’è silenzio e silenzio”, asserisce il capitano, preoccupato. Le percussioni riprendono quando Fitz raccoglie dall’acqua l’ombrello dei missionari uccisi che gli indios inviano come monito dopo l’attacco. La risposta all’avvertimento degli indios è un’aria cantata da Caruso, messa apposta da Fitz sul suo grammofono, in segno di bellezza e di pace. La cosa funziona a tal punto che Fitz viene considerato il dio bianco del mito indios che porterà gli indigeni in una sorta di terra promessa.

Ecco la scena “madre” del film: “Bella figlia dell’amore” echeggia tra le sponde del fiume, il “messaggio” emesso dal grammofono si fa spazio e accompagna la navigazione tranquilla, come una preghiera di pace, di speranza e di infinita bellezza. Subito dopo gli indigeni salgono sulla nave e toccano Fitz, desiderano conoscerlo, non gli faranno alcun male, (suonano anche lo zufolo per lui durante la cena) sanno che l’uomo bianco li porterà nella terra promessa, come narrato nella loro leggenda. Risentiamo Caruso quando gli Indios aiutano Fitz e i tre restanti membri dell’equipaggio a far salire la nave e rimetterla nel fiume dall’altra parte, in modo da poter raccogliere il caucciù senza passare dalle rapide mortali. Sempre “Bella figlia dell’amore”, accompagna la nave che viene dolcemente rimessa in acqua, così come progettato da Fitz. Avrebbero dovuto raccogliere il caucciù e tornare dall’altra parte dove la navigazione è serena..invece gli Indios, non conoscendo le ragioni di Fitz, spingono la nave proprio verso le rapide, anche se per miracolo la nave non si distrugge: Caruso e la musica emessa dal grammofono sanciscono la calma ritrovata, anche se il progetto è sostanzialmente fallito.

Fitz però non si arrende: la nave viene trasformata in palcoscenico, Fitz ha la sua poltrona da teatro, mentre coro e orchestra interpretano “A te oh cara” (da I Puritani di Bellini); la nave arriva in porto. Tra l’esultanza delle persone che attendono la nave, Fitz ha davvero realizzato il suo sogno: portare l’opera in Amazzonia (e non solo quella, ma un messaggio di pace e bellezza).

A te, o cara, amor talora
amor talora mi guido furtivo e in pianto
Or mi guida a te d’accanto
Tra la gioia e l’esultar.

Al brillar di si bell’ora,
Se rammento il mio tormento
Si raddoppia il mio contento,
M’e piu caro il palpitar.


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